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Cavolo(Brassica oleracea L. – famiglia Cruciferae)
Fin dai tempi più antichi a questa pianta sono state attribuite proprietà benefiche; Catone il Censore lo considerava una vera panacea, utile a curare ogni sorta di male o disturbo. Plinio il Vecchio lo definiva la pianta miracolosa che aveva permesso ai Romani di fare a meno dei medici per sei secoli. Gli stessi Romani lo utilizzavano crudo per assorbire meglio l’alcol durante i banchetti e gli attribuivano il potere di allontanare malinconia e sconforto. Da questa specie sono derivate, per selezione, diverse varietà tra cui il cavolfiore, il cavolo cappuccio e i broccoli.

Icones plantarum medico- oeconomico- technologicarum cum earum fructus ususque descriptione / [Ferdinand Bernhard Vietz]. – [Vienna, 1800].
Vischio(Loranthus europaeus Jacq. –  famiglia Loranthaceae)
Pianta semiparassita di querce e castagni, perde le foglie d’inverno a differenza del vischio comune (Viscum album L.) che cresce su conifere e latifoglie quali pioppi, noci e tigli.

Usi “magici”: pianta sacra per le popolazioni celtiche che lo raccoglievano con falcetti d’oro. Viene usato per aumentare la creatività e come porta-fortuna. Ancora oggi scambiarsi un bacio sotto un ramo di vischio ha il significato di promettersi amore e affetto e augurarsi un periodo di felicità.

Pinzette, età romana (bronzo)
Strumenti usati nella cosmesi e nella pratica medica. Nel disegno si vedono varie forme di pinzette (volsellae).
Falcetto, dal fiume Natisone, presso Aquileia (UD), età romana (ferro)
Strumento per la raccolta di piante di modeste dimensioni. Plinio il Vecchio riferisce che alcune erbe medicinali, come la tamerice(Tamarix L.) e il vischio (Loranthus europaeus Jacq.), non dovevano essere toccate dalla lama (“sine ferro”), ma strappate da terra.
Piedi votivi, età romana (bronzo e terracotta)
Riproduzioni di parti anatomiche colpite da malattia; donandole agli dei si credeva possibile una sorta di passaggio del male dal corpo all’oggetto. Le forme più frequenti di questi donaria o ex-voto anatomici sono: teste, occhi, piedi, braccia e gambe.
Elementi di bilancia, età romana (pietra)
Nel disegno si vede una ricostruzione ideale (disegno di Silvia Tinazzo) di una piccola bilancia a due piatti utilizzabile per pesature di precisione quali quelle di ambito farmaceutico e tre pesi in pietra per la stessa bilancia.



 

 

 

Bilancia

Periodo: da 800 a.C. al 70 d.C.

La medicina romana, per patologia e terapia, derivò dall’esperienza ellenica; non a caso molti dei medici operanti nel mondo romano provenivano dall’area greco-orientale. Accanto alla medicina scientifica, era praticata quella religiosa e sacerdotale, legata al culto divino, in particolare a quello di Asclepio/Esculapio. Parallelamente esisteva anche una medicina magica invisa alle autorità e alla medicina ufficiale. Essa si basava sulla convinzione che all’origine della malattia vi fossero cause sconosciute o circostanze misteriose; per combattere i mali si faceva ricorso a gesti simbolici, formule, invocazioni e amuleti, talvolta accompagnati dalla danza. Era diffusa anche la convinzione che la malattia fosse la conseguenza di una colpa da espiare; donando agli dei una riproduzione della parte anatomica colpita dal male si credeva possibile una sorta di passaggio della malattia dal corpo all’oggetto. Le forme più frequenti di questi donaria o ex-voto anatomici sono: teste, occhi, piedi, braccia e gambe. Nelle case inoltre si praticava anche una sorta di medicina familiare esercitata dal pater familias. Essa, tramandata di padre in figlio, si basava su metodi semplici e naturali, in cui un ruolo preponderante era rivestito dalle erbe medicinali coltivate direttamente nel fondo agricolo. Catone il Censore (234-149 a.C.), nel De agricultura, elenca alcune piante dalle particolari virtù terapeutiche che egli stesso coltivava nel proprio orto; la più importante di esse era il cavolo (brassica), considerato una sorta di panacea per tutti i mali. A tali piante Varrone (116-27 a.C.), nel De re rustica,ne aggiunge altre, tra cui lo Juniperus (ginepro) e il linum (lino); ancora nel IV secolo d.C., Palladius, nel suo De veterinaria medicina, consiglia il lino per curare i gonfiori delle articolazioni nei bovini e gli effetti delle punture di scorpione o di altri insetti velenosi nei cavalli. Virgilio (70 a.C.-19 d.C.), nelle Georgiche e nell’Eneide fa riferimento alle proprietà terapeutiche di alcune erbe, tra cui l’elleboro, usato per curare la scabbia delle pecore, il papavero, per provocare il sonno e come anestetico, il dittamo di Creta, per la cura delle ferite, il succo di limone, largamente impiegato in diverse terapie, e la rucola come afrodisiaco; le virtù di quest’ultima sono esaltate anche da Columella (4-70 d.C.) nel De re rustica. Quest’ultimo parla anche dell’inula, una radice amarissima che, addolcita con altre radici secche, miele e vino cotto, costituiva una piatto considerato ottimo per la salute; l’imperatrice Livia, moglie di Augusto, ne mangiava tutti i giorni una discreta quantità, il che, secondo Plinio, le aveva consentito di varcare la soglia degli 86 anni.

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